Suggestiva la scena, che ripartisce lo spazio giocando su falsi prospettici di grande impatto visivo, ma che lascia ben poca possibilità alla danza, per questo sacrificata alle esigenze scenografiche.
La lettura del pezzo è sicuramente da ricercarsi in una chiave astratta, dal gusto cinematografico, particolarmente attenta ai dettagli gestuali, ai primissimi piani, alla relazione dei corpi nello spazio, in un equilibrio pittorico di vuoti e di pieni, di livelli orizzontali e verticali. Come tiene a ricordare la Sig.ra Weiss, qui la scena è come una grande ragnatela, in cui i danzatori, al più piccolo movimento, ne fanno vibrare i fili spezzandone o ricomponendone l'ordine architettonico e dunque dello stesso significato implicito alla trama. Questo lento e potente magnetismo, quasi statico delle volte, fa si che la danza, intesa come movimento, tensione, dinamica del corpo nello spazio (dal termine sanscrito tan, tensione, gioia, movimento) sia quasi del tutto assente. Vero è anche che la tensione non esige di per sè necessariamente un movimento di tipo spaziale per potersi manifestare. Possiamo dunque parlare di una tesione statica, per quanto riguarda la trasposizione coreutica del pezzo, creata più che dalla danza generalmente intesa (presente solo negli assoli di Tommaso Balbo superbo danzatore) dallo stato emotivo degli interpreti, dal loro livello energetico, dal vibrare dei loro corpi.
Il film di Tarkovskij diventa quindi nella visione della Weiss come malleabile argilla nelle mani di un demiurgo: il Tutto, un grande Caos da cui emergono suoni, voci, rumori, gesti e volti esanimi.
Nulla è mai eccessivo, mai spinto all'estremo, quasi sommesso, never overacted, come tiene a precisare la coreografa tedesca, con il risultato di ottenere un'atmosfera onirica, ipnotica, lisergica, quasi letargica.
Misteriosa la scelta del nome della piece: Furchtet euch nicht letteralmente tradotto come non temete. Parole prese dalla Bibbia, Gioele 2, l'Apocalisse. Uomoni e animali vengono rassicurati che all'arrivo dei Cavalieri dell'Apocalisse, Dio sarà con loro e per questo, appunto, non dovranno temere. Personalmente non ho riscontrato questo monito nella piece, ma probabilmente tale carenza è dovuta, mea culpa, alla mia conoscenza del tedesco pressochè inesistente.
Unica pecca forse, al dilà della mancanza di movimento, è l'importanza del tutto svalutata del potere della "zona", così importante nel film Stalker. Credo che i danzatori, io in primis, avrebbero potuto farci arrivare in maniera più chiara la forza mistica e quasi sinistra della porzione di palco che rappresenta il luogo "altro" dalla realtà, dove tutto può essere possibile e dove, una volta entrati, nulla può tornare come prima, mutati indelebilmente, nel profondo.
Infine rimane ad un livello un po' troppo superficiale e poco sviluppato, purtroppo, il bellissimo e poetico personaggio della figlia dello Stalker, interpretata da Alessandra Defazio, eccellente danzatrice formatasi alla celebre Folkwang Hochshule di Essen, che vediamo sulla scena solo per brevi momenti. La piccola bambina disabile, figlia del protagonista della storia di Tarkovskij, da cui la pellicola prende appunto il nome, fa commuovere con la sua fissità, con quello sguardo ieratico, nelle ultime immagini del film, che ridonano finalmente allo spettatore la speranza di un sovrannaturale che elevi verso l'alto, volutamente negato durante le tre ore della rappresentazione cinematografica. Avrei visto in lei, per l'appunto, il significato più intimo delle parole "furchtet euch nicht". Questione di interpretazioni, del resto. Forse Verena Weiss vuole darci un messaggio metempirico, una visione simile ad una nebbia attraverso la quale possiamo solo scorgere una nostra verità personalissima, senza percorsi obbligati, slegandosi dal film per raggiungere qualcosa di assoluto (nell'accezione più latina della parola).
Splendido il pas de deux, sul finire dello spettacolo, danzato egregiamente da Cecilia de Madrazo e Sungjae Jun in cui una luna di plastica luminosa attraversa il palcoscenico, mossa da argani, rompendo la magia, forse per creare una dissonanza stilistica, un vero e proprio deus ex machina, che ci ricordi, con note volutamente kitsch, l'antico teatro greco.
Quindi, senza dubbio, una creazione godibile per la sua struttura generale, per le musiche del geniale compositore David Morrow che ha saputo ricreare magistralmente le atmosfere inquietanti del film senza cadere nello scontato, impresa non facile, e per la bravura (se non mia) dei danzatori della compagnia del Teatro Statale di Lucerna.
Buona visione a tutti.
info: www.luzernertheater.ch
Marzo 2008: 6-8(ore 20.00)-11-14-20-22(ore 13.30)-27
Aprile 2008: 19(ore 20.00)-30