
Quando il mare era molto mosso, evento abbastanza raro nel mediterraneo della toscana, io e mio padre ci trasformavamo nei guerrieri dell'acqua. Ci mettevamo li, con i piedi ben piantati nella sabbia, affrontando di petto lo schiaffo dell'onda, cercando di non cadere. "E' tutto qui quello che sai fare?!" urlavamo, sfidando l'ira di Poseidone. Quando poi l'onda in arrivo era troppo grande ci mettevamo di spalle ed io, piccolo com'ero, finivo sempre col farmi trascinare via, ridendo, tossendo e bevendo molta acqua. E' così che mio padre si è rotto una spalla, per salvarmi da un'onda inaspettatamente grande.
Quest'anno mi sono rotto la stessa spalla... patrimonio genetico da non sottovalutare.
Credo di aver tirato fuori dalle grazie di Dio i miei genitori infinite volte. A dirla tutta, tirare fuori dalle grazie di Dio la gente era il mio passatempo preferito, nonchè la mia specialità. Amavo tirare la corda, forse amo tirare la corda tutt'ora, a ben vedere. Testare fino a che punto una persona potesse arrivare a sopportarmi, o fino a che punto potessi spingermi in là. Per questo ogni tanto era necessaria una certa fisicalità con me, per ridimensionare il mio spirito di ricercatore sperimentale. Insomma me le davano di santa ragione.
Riesco ancora a ricordare cosa pensavo in quei momenti di corpo a corpo. Me le davano sul sedere ed io non mostravo loro nessuna reazione, per non dare alcuna soddisfazione, mantenendo la mia espressione di sfida, come un piccolo animale selvatico. Ero davvero terribile!
Mia madre aveva la sberla più facile di mio padre, anche se comunque molto rara. Non mi soffermerò sulla fisicalità di mia madre per non turbare il lettore con scene di lotta felina. Credo di aver preso da lei in questo.
Ad ogni modo, lo schiaffo era per le grandi occasioni. Lo schiaffo è temibile, è in viso, e ti fa perdere la concentrazione, ti fa distogliere lo sguardo per un attimo e quando torni a puntare i tuoi occhi, ecco che stai già piangendo e hai perso la sfida.
Ricordo la più temibile sberla di tutti i tempi. Non so che cosa avessi combinato, ma stavo per entrare nell'adolescenza, quindi di per certo qualcosa di estremamente grave. Il range può andare dal aver allagato la casa, incendiato la mia camera, essere scomparso da casa fino a notte fonda o aver combinato qualche disastro nella scuola.
Eravamo in corridoio, io e lui, nella penobra. I suoi occhi verdi puntati su di me. Occhi dal riflesso omicida, arrivati a quel punto. Io non mollavo. Sostenevo quella luce col mio iride nero, che tutto assorbe, come lo sguardo di un serpente. Le spalle premute contro il muro, in trappola.
Quando ho visto sollevarsi il braccio, quando ho visto la mano prepararsi all'impatto ho pensato che non sarei sopravvissuto ad uno schiaffo del genere. Devo aver iniziato a formulare una qualche preghiera, dentro di me.
Quando il braccio è scattato in avanti ho chiuso gli occhi.
Ho sentito solo un tonfo sordo. Il corpo mi si è riempito di brividi.
Mio padre ha scagliato la sua ira sul muro, appena di fianco alla mia faccia, lussandosi un polso.
E li ho capito chi era il capobranco, anche se questo non mi avrebbe impedito di combinarne molte altre, ma cambiando modus operandi.
Uno schiaffo invece mi ha centrato in pieno, girandomi la testa dall'altra parte. Eravamo a tavola, si cenava, ed io stavo annunciando pubblicamente la mia intenzione di lasciare gli studi scientifici per diventare... attenzione, attenzione... un parrucchiere!! Avevo 16 o 17 anni. Quello schiaffo mi fece guadagnare un diploma di maturità con ottimi voti. E poi parlano di dialogo con i figli... Tante volte meglio un pò di corpo a corpo direi. Semplice, immediato, d'effetto.
E poi ricordo un'ultima sberla, una completamente diversa, in un periodo in cui ne stavo combinando davvero troppe. Ero allo stato brado, randagio, non dormivo mai in casa, uscivo tutte le sere, bevevo molto, fumavo troppe canne, facevo spesso uso di cocaina, extasy, anfetamina. Stavo sperimentando la mia omossessualità. Il classico ragazzino diciassettenne degl'anni novanta, insomma.
Certo non ero attaccabile. Andavo molto bene a scuola, aiutavo in casa, lavoravo nei weekend e nel tempo libero per guadagarmi i miei primi piccoli soldi (come direbbe mia madre), facevo teatro e non mi si vedava mai più di tanto. Avevo imparato come nascondere il mio spirito di ricercatore sperimentale.
Ero appena tornato da un rave sulle colline bolognesi, credo. Una cosa devastante. Dovevo essere ridotto un bel pò male, anche se di sicuro avevo trovato il modo di non arrivare a casa completamente fatto, dormendo da qualche parte e prendendomi il tempo per recuperare un aspetto accettabile. Mio padre era in cucina, probabilmente a prepararsi un caffè, come suo solito. Iniziammo a chiacchierare del più e del meno, mentre tiravo fuori cose dal frigorifero per farmi uno spuntino. Le domande di mio padre si fecero sempre più specifiche, cosa rara, quasi intime direi. Mi girai verso di lui per capire che cosa volesse sapere davvero, già pronto a dovermi difendere e dover inventare versioni dei fatti credibili, bugie che combaciassero il più possibile con orari, luoghi e persone reali.
Ma, quando mi girai verso di lui, non vidi di fronte a me lo sguardo dell'inquisizione che mi aspettavo. Vidi un uomo, mio padre, che guardava suo figlio, con uno sguardo dolce e preoccupato allo stesso tempo. Uno sguardo profondo, carico di pensieri. Uno sguardo turbato, che cercava di guardare dentro di me.
Mio padre quel giorno mi disse.
"Andrea, non credere che io non sappia come stanno le cose, non sono uno stupido e per di più sono un medico. Io ti conosco, tu sei mio figlio e sei un ragazzo intelligente e creativo. Io mi fido di te."
Quello è stato lo schiaffo più forte che io abbia mai ricevuto da lui. Uno schiaffo che ha cambiato tutta la mia vita, rimettendo molte cose al loro posto, dentro di me.